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ADESSO TI MANGIO!

27 ottobre 2010

Domani si terrà la prima Giornata Europea contro lo spreco, promossa dalla Facoltà di Agricoltura dell’Università di Bologna e da Last Minute Market.

Nella sede del Parlamento europeo di Bruxelles avrà luogo la conferenza “Trasformare lo spreco alimentare in risorsa, che dovrebbe portare a una Dichiarazione congiunta sullo spreco alimentare, per arrivare entro il 2025 a una riduzione di almeno il 50% della quantità di sprechi alimentari a livello globale.

Abbiamo pensato di sostenere l’evento in corso diffondendo ADESSO TI MANGIO!, progetto che YAKI ha presentato a marzo al concorso 2×5 del Public Design Festival di Milano.

ADESSO TI MANGIO! è un progetto contro lo spreco alimentare di semplice attuazione, realizzabile anche a costo zero, rivolto a enti pubblici, associazioni locali, cittadini sensibili a questa tematica.

A chi desidera portare ADESSO TI MANGIO! nella propria città, mettiamo a disposizione gratuitamente il sistema di comunicazione e promozione del progetto e un supporto di avvio al coordinamento operativo.

Per partecipare e richiedere informazioni contattateci: yaki@omodeo.eu.

Scarica il pdf del progetto >>> ADESSOTIMANGIO

nazionalpanino?

17 maggio 2010

clicca sulle immagini se vuoi saperne di più!

La libertà di essere solo pecore

1 luglio 2009
foto di Davide Cugno

foto di Davide Cugno

La pecora sambucana è un ottimo animale anche molto bello a vedersi, dà una carne eccellente, lana pregiata e un latte da cui si ricava un pecorino molto delicato. Tutte qualità insufficienti a garantirle la sopravvivenza, perché è una pecora di statura troppo piccola per lo standard richiesto e soprattutto troppo versatile.

La società attuale è nemica dell’eclettismo e preferisce animali (ma credo anche esseri umani) “specializzati”, più produttivi, controllabili e sfruttabili in modo ottimale. Si sostiene che quando si sanno fare molte cose difficilmente si fanno tutte bene. Per questo è giusto che la pecora eclettica si estingua lasciando il passo alle specialiste in lana, latte o carne.

In caso contrario, come si fa a ottimizzare la produzione di tre beni di consumo così diversi?

Non si può creare uno stabilimento misto che produca contemporaneamente, maglioni, agnelli e formaggi. Sono tre linee di produzione distinte che richiedono impianti e competenze differenti.

Colpevole di troppa creatività e di badare più alla qualità che alla quantità, la povera pecora sambucana era destinata a rimanere un nome nel registro delle razze estinte per altro bello nutrito.

Secondo la Fao l’Italia ha già perso 19 razze ovine e altre 27 sono in pericolo con una popolazione di maschi inferiore ai 20 capi.

Nel solo Piemonte oltre alla Sambucana, sono a rischio la Tacola (1600 capi), la Savoiarda (190 capi), la Garessina (100 capi) e la Saltasassi (60 capi). La situazione è ancora più drammatica con i caprini, i bovini e i suini. Per non parlare delle piante, ma questo è un altro discorso che mi porterebbe lontano. Vi dico solo che nel mondo si estingue una varietà vegetale ogni sei ore mentre il 95% della popolazione mondiale si nutre con meno di 30 piante.

Si può fare ancora qualcosa per conservare l’inestimabile patrimonio della biodiversità? La risposta è: Sì! Basta volerlo.

Ecco come è avvenuto il salvataggio della pecora sambucana dal racconto di Antonio Brignone, tecnico agrario della comunità montana della Valle Stura:

“In passato la sambucana costituiva la principale fonte di reddito specialmente nella parte alta della vallata, dove queste pecore molto rustiche e atletiche erano usate per sfruttare i pascoli più alti e impervi. Poi si cominciò a incrociarla con altre razze più grandi, perché i commercianti di carne volevano agnelli più pesanti e che crescessero in modo più veloce. Negli anni ottanta il numero degli animali presenti nella valle era quello di sempre, ma erano tutti meticci e solo due allevatori avevano esemplari di pura razza sambucana per un totale di 80 capi. Nel 1988 abbiamo acquistato degli agnelli da questi due allevatori e li abbiamo portati in un Centro Arieti, che è poi una fattoria di tipo tradizionale nella borgata alpina di Pontebernardo, una frazione di Pietraporzio. Qui abbiamo cominciato a selezionarli e a darli gratuitamente agli allevatori nel periodo di monta estivo. Con ripetuti incroci di ritorno oggi siamo arrivati a una popolazione di 4000 capi dagli 80 che erano in origine. Si può dire che la razza è recuperata.” “Quali sono i pregi della Pecora Sambucana?” “Avendo molti animali puri a disposizione, abbiamo potuto fare ricerche con l’Università di Torino e così abbiamo scoperto che l’agnello sambucano puro ha una carne a basso contenuto di colesterolo perché i muscoli sono privi di grasso al loro interno. E anche il sapore è molto particolare, più dolce e privo del sentore di lana tipico nella carne ovina. Grazie a queste due qualità possiamo dire di avere recuperato una carne che non teme confronti dal punto di vista gastronomico, ma anche un prodotto leggero, molto digeribile e particolarmente adatto ai bambini e alle persone con problemi di intolleranze alimentari. Poi sono stati fatti studi anche sulla lana e si è scoperto che è di ottima qualità, forte, morbida, brillante e resistente allo strappo. Perciò abbiamo incaricato il lanificio dei Fratelli Piacenza, sensibile alla valorizzazione delle fibre naturali, di confezionare maglioni, berretti, guanti e plaid. Per quanto riguarda il latte, siamo appena partiti con un piccolo caseificio annesso al Museo della Pastorizia in frazione Pontebernardo a Pietraporzio. Lì il pastore Battista Giordano e la sua famiglia hanno cominciato a produrre un pecorino che, come la carne, ha la caratteristica di essere molto delicato”. Ora i 79 piccoli allevatori della pecora sambucana sono riuniti nel Consorzio “L’Escaroun”, un termine pastorale occitano che indica un piccolo gruppo di pecore che si è disperso dal gregge principale per cercare l’erba migliore. Sono loro a vigilare che gli animali siano alimentati solo con erba d’alpeggio in estate e con il fieno proveniente dalla vallata in inverno. Grazie al Consorzio e alla Comunità Montana, ora le sambucane hanno cominciato a ripopolare il paesaggio con i loro mantelli bianchi e sono rispuntate anche le rare pecore nere con la stella bianca in fronte e la punta della coda candida, utilissime perché sono più visibili e segnalano il gregge in lontananza. In Valle Stura non ci sono né grandi produttori né animali stabulizzati. Ci sono pastori con piccoli greggi e le pecore sono tornate al loro antico stile di vita fatto di pascoli e transumanze. Finalmente sono libere di essere quello che sono sempre state per migliaia di anni, e cioè solo pecore che danno agnelli, latte e lana.

testo di Martino Ragusa

La Cooperativa “Lou Barmaset” è stata creata con il sostegno della Comunità Montana per commercializzare i prodotti del Consorzio “L’Escaroun.

Cooperativa Agricola “Lou Barmaset” Piazza Spada, 16 – 12014 Demonte (Cn) tel 0171/ 95 55 55 brignone@vallestura.cn.it

storia di una crocchetta

17 giugno 2009

McNuggetDei trentotto ingredienti che compongono un McNugget, almeno tredici derivano dal granoturco:
il pollo in sé, alimentato con mangimi a base di mais, l’amido di mais modificato, i mono-, di- e trigliceridi, il destrosio, la lecitina, il brodo di pollo, la farina di mais e un altro tipo di amido modificato, che formano la crosta, altro amido per fare la massa, i grassi vegetali, l’olio di mais parzialmente idrogenato, l’acido citrico comeconservante.

Il McNugget contiene anche numerosi ingredienti completamente artificiali, che rendono possibile l’esistenza dei moderni cibi preconfezionati, perché impediscono agli ingredienti di origine naturale di deteriorarsi o di cambiare d’aspetto dopo mesi passati nei freezer in giro per il mondo.
Al primo posto ci sono gli agenti lievitanti: fosfato acido di sodio e alluminio, monofosfato di calcio, pirofosfato acido di sodio e lattato di calcio.
Sono antiossidanti che impediscono ai molti grassi animali e vegetali contenuti nella crocchetta di irrancidire.
Poi ci sono gli agenti antischiumogeni, come il dimetilpolisiloxane, considerato un sospetto cancerogeno e sicuramente un mutageno, causa crescite tumorali, interferisce con la riproduzione ed è pure infiammabile.
Ma l’ingrediente forse più allarmante è il TBHQ, o butilidrochinone terziario, un antiossidante derivato dal petrolio che viene spruzzato direttamente sula crocchetta per aiutare a conservare la freschezza.

Dal punto di vista del business agroalimentare, trasformare del mais a buon mercato in quarantacinque diverse voci di un menu di un McDonalds è un successo impressionante.
E’ una soluzione alle contraddizioni del capitalismo in agricoltura, alla sfida di aumentare i profitti più velocemente di quanto si incrementi la popolazione americana.
Dal punto di vista degli strati più bassi della società americana, la catena alimentare “maisificata” offre vantaggi concreti: alla lunga però, chi mangia in questo modo paga un prezzo salato, in termini di obesità, diabete e malattie cardiocircolatorie.

Mangiare direttamente il granturco, come fanno messicani e africani, è un modo per utilizzare tutte le calorie contenute nella pianta; usando la stessa quantità di mais per ingrassare un manzo o un pollo, se ne perdono circa il novanta per cento.
E’ per questo che i vegetariani predicano l’uso di cibi “bassi” nella catena alimentare: ogni passaggio successivo riduce la quantità di energia disponibile di un fattore dieci, in più anche la lavorazione industriale brucia energie.
Anche dal punto di vista del produttore di mais, la maisificazione non va a suo favore. Il trionfo del mais è la diretta conseguenza della sovrapproduzione, che si è rivelata un disastro per i coltivatori.

Seminare solo mais ha avuto pesanti ripercussioni sulla fertilità del suolo, sulla qualità dell’acqua e sulla salute generale della fattoria. Sulla biodiversità, sull’ambiente e sulle innumerevoli altre specie sconfitte o immiserite a causa sua.
Tra tutte le specie che sono riuscite a prosperare in un mondo dominato dall’homo sapiens, nessuna ha trionfato in modo così eclatante, nessuna ha invaso tanta terra e tanti corpi più di Zea mays, l’erba che ha domato i suoi domatori.

da: Michael Pollan, “Il dilemma dell’onnivoro”, 2006

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